STORIA DELLA FALCONERIA

AIFM

La caccia è nata nell’uomo preistorico, allo scopo di  procurarsi del cibo adatto al proprio sviluppo, nel corso dei secoli si è poi evoluta, affiancando soprattutto nel medioevo, al suo ruolo di attività indispensabile per la sopravvivenza, altri valori simbolici e sociali. Nell’alto medioevo fino al X secolo la caccia si può considerare come un rituale autorappresentativo della regalità e della nobiltà dai complessi risvolti, che pur non escludendo del tutto l’aspetto ludico, simulava nella strutturale durezza dei suoi tratti, una vera e propria battaglia.

L’essere ottimi cacciatori, era simbolo di coraggio, fierezza, audacia e vigore. In questa ottica le prede preferite erano orsi, lupi, cinghiali e uri, animali che mettevano a dura prova l’ardimento del singolo e che con il loro abbattimento davano lustro e rispetto a colui che la praticava.

In tal senso esemplare è il comportamento del re di Danimarca, Harold, che invitato ad una battuta di caccia a cui partecipavano Ludovico il Pio, il figlio primogenito Lotario, e il secondogenito Carlo il Calvo (allora solo trienne) si limitò ad assistere ma, al termine della battuta, visto il fervente coraggio dimostrato dai protagonisti, decise di sottomettersi e a convertirsi all’imperatore.

Tra il X e XI secolo l’immagine del regnante muta gradualmente da re-guerriero a re-sacerdote, giusto e leale. Conseguentemente anche la caccia come simbolo muta, sostituendo al gesto cruento e bellicoso, l’aspetto agonistico. Si ha così l’ascesa alle cronache della caccia al cervo, un animale possente ma non feroce come le precedenti prede, agile ma non aggressivo. Pratica che sostituisce ai sanguinosi corpo a corpo all’arma bianca con prede pericolose, estenuanti inseguimenti che esaltano più le doti fisiche e tecniche del cacciatore che la sua bellicosità

In questo panorama, dove la violenza propria dell’atto tende ad allontanarsi dal praticante (non a caso si pratica con l’arco arma nobile e non letale, ma che lancia un’arma letale, la freccia, che il cacciatore stacca da sé per andare a colpire l’animale, annullando in pratica, il contatto del cacciatore con il sacrifico di sangue della preda) che si affaccia con sempre maggiore vigore “l’ars venandi cum avibus”(l’arte di cacciare con gli uccelli) la prima forma di caccia ad assumere il titolo di arte nel senso di perfetta sintesi tra conoscenze teoriche ed abilità pratica dove il gesto della cattura non è più violento, ma naturale ed elegante e di conseguenza nobile in se, in quanto sono queste ultime prerogative biologiche del rapace. Si consacro così definitavene “L’ARTE DELLA FALCONERIA”.


LA FALCONERIA

Le origini del rapporto uomo-falco nella storia mondiale, si perdono nella notte dei tempi, gia nel 3000 a.C. gli egizi adoravano il falco sacro, rappresentazione del dio Horus, ma per poter trovare testimonianze di addestramento alla caccia dei falconi dobbiamo aspettare ancora circa 1000 anni. Diversi storici indicano che gia nell’anno 2000 a.C. nella Cina di allora si addestrassero falchi alla caccia, ma la prima vera testimonianza di falconeria è datata circa 750 a.C. ed è rappresentata da un bassorilievo rappresentante un falconiere con il suo falco ritrovato presso le rovine di Khorsabad, che risalirebbero al regno del re Assiro Saragon.Numerosi altri reperti indicano una Cina culturalmente molto avanzata e ne attribuiscono il probabile merito di aver contribuito alla nascita della falconeria.

Con l’istaurasi di un fiorente commercio tra i paesi, a partire dal VIII secolo, la falconeria si diffuse in tutto il mondo arabo ed in particolare tra le tribù stanziate in Iraq e in Siria, seguendo due vie principali: da nord-est, nell’ Iran Sassanide, seguendo il canale dei governatori Lakmidi, e da nord-ovest per merito delle popolazioni mongolo-altaiche attraverso il contatto con i piccoli regni Gassanidi assoggettati ai Bizantini.

Contemporaneamente un’altra direttrice commerciale più a nord, che univa il mar Caspio al Kazakistan alla Russia alla Cecoslovacchia e via via fino all’Italia e alla Spagna, portava nell’Europa di allora la tradizione della caccia con il falco.

In Italia l’uso del falco per la caccia giunse fin dal VI secolo da due fonti diverse; una dal nord con le invasioni dei popoli germani (le loro leggi di allora, gia redatte in forma scritta, abbondavano di prescrizioni riguardo la detenzione e l’uso dei rapaci), che avevano una tecnica più rozza, l’altra dal sud da parte degli Arabi e dei Normanni, padroni invece di una tecnica più raffinata; a tal proposito basti ricordare che si deve a loro l’invenzione del cappuccio che sostituì la ciliatura dei falchi.

Ma è solo a partire dal XII secolo che la caccia con il falco diventa il fulcro della società cortese, da quando cioè la fusione degli Svevi con i Normanni fuse le due correnti di pensiero, e portò diversi importantissimi personaggi del tempo, a diventare dei veri e propri cultori della falconeria. Il più grande di tutti fu sicuramente L’imperatore Federico II di Svevia (1194-1250) nipote di Federico Barbarossa, che fece del suo spropositato interesse per la falconeria, quasi una ragione di vita, tanto da affermare che un giorno passato senza andare a caccia con il falco, era un giorno perso. Questa sua passione, unita alle sue grandi doti di osservatore della natura lo porterà a scrivere tra il 1244 e il 1250 un trattato di grande valore scientifico per l’epoca in cui fu scritto, il “ De Arte Venandi cum Avibus” ancor oggi considerato come la vera bibbia del falconiere.

Fino al XVII secolo la falconeria rivestì un ruolo di importanza primaria nella società, i falconi erano un vero e proprio status symbol, indice di nobiltà e stato sociale tanto che furono emanate rigide leggi che ne regolamentavano il possesso e la salvaguardia. Severe punizioni venivano inflitte a coloro che disturbavano i falchi in libertà, o rubavano i falchi di altri. Persino i religiosi a cui era inizialmente vietata la caccia in quanto gesto impuro, si avvicinarono alla falconeria. Ad ogni gradino sociale era riservato il possesso di una precisa specie di falco, così, se l’imperatore poteva possedere un Aquila, il re doveva limitarsi al Girifalco, al principe era riservato il Falco Gentile (una particolare femmina di Pellegrino), al conte la femmina di Pellegrino comune , il terzuolo (Pellegrino maschio) al barone, il falco Sacro al cavaliere, il Lanario ai nobili di campagna, alla nobile dama lo Smeriglio, ai paggi il Lodolaio, fino ad arrivare alla femmina di Astore per i proprietari terrieri, il maschio di Astore ai poveri, lo Sparviero femmina ai preti, e lo Sparviero maschio ai rappresentanti religiosi di rango inferiore.

Nessun altro animale nel corso dei secoli godrà di una così vasta attenzione, prova ne è il fatto che anche illustri letterati ne scrissero in ogni modo, da Dante che nella divina commedia (Inferno XVII, 127-132) verseggia sul falcone, fino al Boccaccio che nel Decamerone (XIV secolo) dedica all’amore per i falchi una lunga novella (Giornata V novella IX).

Con il declino della nobiltà (dalla rivoluzione francese in poi) e la comparsa delle armi da fuoco, nel giro di un centinaio di anni, la falconeria subì purtroppo un brusco declino.

Agli inizi del XX secolo tutto ciò che era stato del rapporto uomo-falco si era completamente perso, anzi i falchi nella sua totalità erano visti come animali nocivi, competitori con i cacciatori per la selvaggina e venivano uccisi senza riguardo, avvelenati o catturati, i nidi distrutti ed i piccoli eliminati.

Venne poi l’uso degli anticrittogamici in agricoltura, uso che venne praticato con sconsiderazione per diversi anni influendo notevolmente sulla distruzioni delle popolazioni di falchi pellegrini.

Durante questo periodo nero solo pochi falconieri rimasti si prodigarono per la salvaguardia di questi splendidi uccelli, allevandoli e curandoli come sempre avevano fatto.

Possiamo pertanto asserire che i dal 1700 in poi i soli a difendere questi animali dalla distruzione furono i falconieri, e ancora oggi sono annoverabili tra i più strenui protezionisti delle specie selvatiche di falchi.

Dal 3 marzo 1973 con la sottoscrizione della convenzione sul commercio internazionale delle specie animali e vegetali in via di estinzione (CITES), il mondo comincia finalmente a capire che il patrimonio faunistico va protetto da distruzioni indiscriminate, e tra le specie a maggior tutela vengono inseriti tutti i rapaci. Fortunatamente ad oggi sono 160 i paesi che aderiscono a tale convenzione, garantendo così ai nostri amici una protezione tale che li ha finalmente riportati sempre più numerosi a solcare con l’eleganza e la spettacolarità di sempre i nostri cieli.

 

 

 

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